Carmine Piro

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Alchimie della pittura. Carmine Piro, tra seduzioni neobarocche e fascinazioni arabo-normanne* 
Pasquale Ruocco, curatore della mostra

Il percorso tracciato da Carmine Piro si muove essenzialmente su due binari: la profonda conoscenza delle tradizionali tecniche artistiche, di quel patrimonio di gesti, materiali e forme ereditato dal nonno e dal padre, e la riflessione su un’idea di pittura quale strumento, alchemico, di conoscenza e misura del mondo.


È quanto apprendo seguendolo in uno dei sopralluoghi fatti al Museo F.R.A.C di Baronissi quando, soffermandoci sul soffitto decorato della sala conferenze, mi illustra i metodi e le fasi di lavoro che sin da piccolo avevano sollecitato la sua fantasia. In particolare lo incuriosiva, mi dice, la figura dello squadratore che con l’ausilio di una lenza imbevuta di pigmento percuoteva il fondo, tracciando le coordinate spaziali entro le quali i decoratori avrebbero poi lavorato: prima coi toni chiari, poi con quelli scuri, infine i colpi di bianco per conferire corpo e luce alle scene e alla cornice architettonica. Un procedimento che Piro segue affidandosi, da un lato alla profonda confidenza con tecniche e materiali, con la storia dell’arte e delle forme; dall’altro alla geometria, al tracciato segnato da rette, angoli, diagonali, cerchi, elissi, triangoli, pentagoni, quadrati, ottagoni con i quali organizza lo spazio scenico muovendosi tra ordine e caos, tra implicazioni magico-matematiche e simboliche.
Le ricerche di Piro, dopo la fase più analitica e concettuale del ventennio precedente, si caratterizzano così, a partire dagli inizi degli anni ’80, per un ritorno alla decorazione, alla tela dipinta, alla manualità insomma e per una rinnovato desiderio di indagare le misteriose regole che sottendono l’atto creativo, la generazione dell' immagine e la costruzione dello spazio.
Tenendosi ben distante dal nomadismo transavanguardista, l’artista, a cominciare dalla serie esposta a Milano nel 1986, L’effimero non vano, realizzata tra il 1981 e il 1982, dà sfogo a una gestualità liberata, esaltandosi nell’uso di chine colorate e pennini sottilissimi, su carta a mano d’Amalfi, da cui scorrono flussi di energia in cui si librano, in movimenti eccentrici, colori, luci, corpi appena accennati, spettri dei fasti della grande pittura barocca, come la volta della Chiesa del Gesù a Roma a opera del Baciccio o quella realizzata dallo Stanzione nella basilica di San Paolo Maggiore a Napoli, di cui Piro apprezza soprattutto la capacità illusoria di sfondare le pareti, l'architettura, dando forma a visioni dell'altrove.
Non a caso, Filiberto Menna, in occasione della personale allestita a Macerata nel 1984, scriveva che «l’artista mette a frutto l’intero complesso del suo armamentario linguistico facendo interagire per la prima volta in maniera diretta la sensibilità cromatica e materica con l’atteggiamento più analitico che presiede alla costruzione del quadro. Le diverse componenti concorrono quindi alla realizzazione di queste grandi composizioni neobarocche in cui l’artista ha dato il meglio di sé con una felice fusione di decorazione, pittura e simbolismo concettuale». Entro grandi ellissi, traccia di una spazialità cosmica, si muovono così In principo erat, Crisopea, entrambe del 1982, le due versioni di Prefigurazione come anticipazione all’idea della perfetta impresa realizzate tra il 1982 e il 1983, I simboli spettacolari del 1985 e del 1986, ancora le serie Emanazioni Silenziose e Costellazioni risalenti al biennio 1988/89.
Costante appare la tensione tra il fondo caotico e la traccia ordinatrice della linea, solitamente in oro o argento, quasi che la tela diventasse per l’artista pagina dove tracciare formule alchemiche al fine di trasmutare l'immateriale, l'indefinibile, in materie e forme classificabili, agibili, comunicanti.
Lo dimostra, con declinazioni diverse, il lavoro che Piro ha proseguito tra gli anni ’90 e 2000 spingendosi sempre più verso una geometria ricca di richiami simbolici, astronomici, esoterici, frutto dello studio di antiche architetture come il federiciano Castel del Monte, in cui si perpetua la tradizione pitagorica di associare le forme e i numeri con significati religiosi e filosofici, come il quadriportico del Duomo di Salerno o ancora il Battistero di Nocera Superiore con la sua vasca ottagonale, il doppio quadrato, simbolo della rinascita e dell’infinito. Ne derivano composizioni complesse da cui affiorano archetipi come la croce, la stelle, il già citato ottagono, ancora il labirinto, ispirate al mondo arabo-normanno, al decorativismo delle religioni aniconiche come l’Islam e l’Ebraismo, alla ricchezza dei mosaici delle chiese e dei palazzi di Salerno e della Costiera Amalfitana, cerniera tra oriente e occidente. Una prospettiva che attraversa evidentemente le opere esposte in occasione della mostra Il sapore dell’acqua, allestita nel 2003 presso il complesso di Santa Sofia a Salerno: qui, oltre ai richiami all'arte islamica o bizantina, affiora in Piro la volontà di dar luogo a uno spazio percorribile, modificabile, sviluppando le immagini sul pavimento come tessere di un mosaico, meglio come elementi di definizione architettonica così come le alte ed eleganti colonne in ceramica percorse da ancestrali scritture in oro e platino, oppure le più recenti Porta dell'Inferno (omaggio a Rodin), di recente esposta presso la Pinacoteca provinciale di Salerno, e Porta dell'Apocalisse, inquietanti portali di tela grezza in cui la materia viva, carnale del fondo, risulta come ingabbiata da bianche cancellate, costruite da spessi strati di pittura acrilica. Un percorso al quale si aggiungono ancora l'Ottavo ispirato alla dottrina di Sant'Ambrogio per cui l'ottavo giorno coincide con la resurrezione di Cristo e con l'eternità, e 666, serie di 36 quadri monocromi in cui l'artista, partendo da una scatola di 36 pastelli, prova a chiudere la sua personale riflessione sulla pittura esaltando il colore come componente dello spettro luminoso, ossia della luce in quanto principale materia dell'arte e fondamentale risorsa energetica alla base di ogni forma di vita e visione.

*Testo pubblicato in occasione della mostra “Carmine Piro. Il colore e l’altrove”, allestita presso il Museo Frac di Baronissi.